Dall’ultima indagine ISTAT 2025, sono oltre 6,4 milioni le donne italiane dai 16 ai 75 anni che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nella vita. Il 14,7% degli atti persecutori avviene al momento della separazione o subito dopo.
L’Osservatorio Nazionale Non Una di Meno nel 2025 ha registrato 84 femminicidi, oltre 7 suicidi indotti e almeno 78 tentati femminicidi. Nel 2026, a inizio maggio, sono già 19 i femminicidi e 39 quelli tentati.
Dati che descrivono la dimensione di un fenomeno strutturale, non una serie di episodi isolati.
Riconoscere dove e come si costruisce la violenza è il punto di partenza di qualsiasi intervento che voglia essere utile.
L’impegno del Villaggio SOS Ostuni
Il Villaggio SOS Ostuni lavora ogni giorno per accogliere minorenni in situazioni di fragilità familiare.
Spesso, accogliere un minore significa accogliere anche il genitore che quella fragilità la vive insieme a lui.
Da questo nasce la Casa SOS “L’Abbraccio”: un ambiente protetto in cui molte donne hanno ricostruito la fiducia in se stesse e riprogettato un percorso di vita autonoma, insieme ai propri figli.
Ma accogliere non basta.
Serve sapere cosa guardare. Per capire quando una donna che entra in comunità ha ancora un pericolo alle spalle, o davanti a sé.
A maggio alcune nostre educatrici hanno partecipato a un percorso di formazione specialistica sulla prevenzione e il contrasto della violenza di genere. Un workshop organizzato da ASSE APS, guidato dal criminologo Andrea Feltri, esperto internazionale in Scienze Criminologiche e Criminalistiche e Giudice onorario al Tribunale per i Minorenni di Lecce. Al termine del laboratorio abbiamo chiesto alle nostre educatrici di mettere per iscritto quello che avevano elaborato.
I testi che seguono sono quei feedback: li pubblichiamo perché su questi temi la chiarezza è già una forma di intervento.
Riconoscere i segnali precoci
Ho compreso che la violenza di genere non nasce improvvisamente, ma si sviluppa attraverso dinamiche progressive di controllo, manipolazione e limitazione della libertà personale, spesso difficili da riconoscere nelle fasi iniziali.
-Alessia, educatrice Villaggio SOS Ostuni
Questa osservazione tocca uno dei punti più difficili del fenomeno. La violenza di genere è un continuum. Il 18,9% delle donne con un ex partner ha subito violenza fisica o sessuale da quest’ultimo. Nell’84,1% dei casi, quelle violenze si sono verificate durante la relazione — non dopo (Fonte: ISTAT). Aspettare segnali evidenti significa intervenire quando il danno è già consolidato.
Riconoscere le cosiddette red flags (es. un linguaggio possessivo, l’isolamento progressivo dagli affetti, i controlli ossessivi) consente di attivare una risposta prima che la situazione degeneri. Per chi lavora nell’accoglienza, questa competenza è lo strumento con cui si legge ogni giorno quello che le donne mostrano e quello che non riescono ancora a dire.
“Perché non si allontana subito” al primo schiaffo o insulto?
La risposta è nelle dinamiche psicologiche e comportamentali che strutturano una relazione abusante.
La violenza raramente è scoppio improvviso e immotivato, ma meccanismo di soggiogamento sistematico.- Doriana, educatrice Villaggio SOS Ostuni
Fa riflettere che la domanda più frequente che chi lavora nell’accoglienza si sente rivolgere non riguarda il maltrattante.
Riguarda la vittima: perché non se ne va?
È da lì che parte la riflessione di Doriana. Le vittime restano intrappolate in un sistema che si consolida nel tempo. Erode l’autostima, la rete relazionale e la capacità stessa di valutare il rischio.
I dati lo confermano: solo il 10,5% delle vittime ha denunciato la violenza subita da partner o ex partner negli ultimi cinque anni (Fonte: ISTAT). Il sommerso è altissimo. Molte donne non si riconoscono come vittime finché la violenza raggiunge una soglia che non possono più ignorare.
L’incapacità di elaborare l’abbandono, i pattern di attaccamento insicuro teorizzati da Bowlby: sono meccanismi leggibili in anticipo. E leggere in anticipo significa poter intervenire prima.
Il ruolo educativo nella prevenzione primaria
La formazione mi ha portato a pensare ancora una volta all’importanza del nostro ruolo nell’accompagnamento delle diadi mamma – bambino tenuto conto dell’importanza dello stile di attaccamento che il bambino sviluppa; abbiamo il compito di mediare, stabilire confini, dare quella sicurezza e stabilità che possano portare ad una crescita sana dell’individuo e “riparare” per quanto possibile i vissuti con cura, attenzione e la nostra presenza.
- Francesca, educatrice Villaggio SOS Ostuni
Altro tema di grande rilievo e strettamente connesso è quello della violenza assistita: il 79,2% delle vittime che hanno figli dichiara che i figli hanno assistito alla violenza da loro subita. Nel 24,7% dei casi i minorenni subiscono violenza diretta da parte del maltrattante (Fonte: ISTAT). I bambini che crescono in contesti violenti hanno maggiore probabilità di sviluppare pattern di attaccamento insicuro. E il cerchio si chiude.
Il lavoro educativo quotidiano con le madri accolte in comunità, l’accompagnare la relazione madre-figlio, mediare i conflitti, costruire routine stabili, è già una forma di prevenzione.
È altresì prevenzione concreta sulle generazioni che stanno crescendo in questo momento.
La necessità di un coordinamento
È stato molto utile e mi ha aiutata a capire più a fondo come la violenza di genere sia una violazione che richiede un approccio sistemico. È stato fondamentale per comprendere l’importanza del lavoro di rete tra forze dell’ordine, centri antiviolenza e assistenti sociali per garantire una protezione che sia realmente efficace e tempestiva.
- Alessandra, educatrice Villaggio SOS Ostuni
La rete esiste. Nel 2024 sono attivi 409 centri antiviolenza in Italia, il 45,6% in più rispetto al 2017. Il 94,8% applica strumenti standardizzati per la valutazione del rischio. Ma sono i tempi a restare un problema concreto: solo il 18,7% dei provvedimenti di allontanamento viene ottenuto entro 7 giorni, e nel 12,3% dei casi i tempi superano i due mesi.
In quel lasso di tempo, chi tutela una donna che ha già segnalato il pericolo?
La risposta passa dagli operatori che la conoscono, che hanno visto come vive e come si comporta, che sanno leggere i cambiamenti prima che diventino emergenze. Il lavoro di rete funziona quando ogni attore, educatore, assistente sociale, forze dell’ordine, centro antiviolenza, porta un pezzo di informazione che l’altro non ha.
La prevenzione richiede competenze
Il campo dell’accoglienza vede persone che hanno subito traumi, che vivono vulnerabilità, che hanno bisogno di supporto concreto. Il lavoro svolto dagli educatori è il primo livello di intervento.
La formazione è ciò che distingue un intervento professionale da un intervento fatto per amore o amicizia. È ciò che permette di attivare supporti psicologici prima che la situazione degeneri. Gli educatori sono spesso il primo e, a volte, l’unico punto di contatto prima che una situazione diventi emergenza.
Formarli non è un gesto simbolico. È la differenza tra chi trova una via d’uscita e chi rimane intrappolata nel ciclo di violenza.
La Casa genitore-bambino “L’Abbraccio” è accessibile tutto l’anno per tutte le persone che cercano un luogo sicuro dove ricostruire la propria vita insieme ai propri figli.
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